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Oblivion
Il caldo della sera, come dire, asfissiante caldo che non cessa di tormentarti tutto qui, forse – discrepanze a basso costo – o magari il più banale pretesto per poter incominciare – passato quel po’ di tempo, appena sufficiente – dicevo passato quel tanto che può bastare per poter ricominciare a leggere qualche cosa, sfaccendato lettore, senza ch’io lo giuri – che questo figlio del mio intelletto – spero tu mi creda – fosse il più intelligente e gagliardo che immaginarsi possa – che immaginar si possa . Parlavo del caldo, credo, specie certe sere – senza che avessimo il tempo soltanto per (…..) asfittico, asfissiante caldo che non cessa di tormentarti ( già ti vedo irrimediabilmente grondante, gentile lettore) – specie certe sere – come lampade incessantemente puntate sul viso, e tu, troppo pigro per spegnerle, continui stremato ad asciugarti con il bordo del lenzuolo, quello che basta per non riuscire più a dormire . – Una mezz’ora, dammi almeno una mezz’ora per farmi una doccia – tutto per un sorriso di troppo – intanto pensavo. Troppo disordine per riuscire ad essere appena più comprensibili – ed il barocco, in certe occasioni, diveniva quasi una necessità (tra la infinite altre) né più né meno di questo caldo. –ritardi ogni volta più pressanti ed ingiustificabili – tanto da ridursi a fare letteratura. E allora a noi, mio gentile lettore, con l’augurio che questo mio diletto figlio possa, in qualche modo, sollazzare le tue insipide serate – detumescenti, asfittiche serate – sudi di nuovo, non è vero? – e di nuovo ritardi, attese imperdonabili, vili e pusillanimi rese.Tutto per un sorriso di troppo, magari anche non voluto - me podras creer, querido lector – senza ch'io lo giuri – esto hijo de mi entendimento – almeno spero, che questo mio figliuolo fosse il più intelligente. Davanti le solite montagne, avide e diffidenti come la gente che le popolava, immutabili desolazioni ad ogni angolo di strada – e colori di giorno in giorno più appassititi – un quadro morente – agonizzante nelle assordante foschia di quelle sere, la stessa di molti anni dopo. Lento soffocare, in una tiepida mattina d’autunno – quadro morente – sempre più avido e sospettoso – la foschia, dicevo, rendeva ogni contorno più vago,
e tutto sembrava doversi dissolvere di lì a poco. Tele- sottili tele di ragno sulla mia macchina da scrivere e nastro quasi terminato
– Roma costretta ad aspettare – saper rimandare, minuziosamente, senza possibile scarto di errore, ogni gesto, anche il più insignificante – quasi che le tele di ragno potessero andar via da sole, o l’inchiostro del nastro rigenerarsi. Sorprendersi, ogni volta, della propria avvilente ripetitività. Precisione nei dettagli – questo sì – ma ci si stanca, a volte, di descrivere cessi, o grasse, sfatte signore di mezza età – ci si stanca – in ordine di distanza (da destra a sinistra) bicchiere con spazzolino e dentifricio – a coprire lo specchio – collirio antistaminico – scatola di aspirina (non effervescente) – deodorante, dopobarba – tre bic usati. In quel periodo provavo a riordinare – così , tanto per riuscire a tirare avanti, almeno quel poco da riuscire ad alzarsi ad un’ora decente. Sorrisi azzurrognoli di commessi viaggiatori in vacanza – per una volta fermi – in questo rivoltante caldo di fine secolo, e non è per niente facile, ripeto, non è affatto facile pensare a qualcosa di convincente in questi mortiferi pomeriggi alla griglia – alberi che si muovono frementi, tra questo lento nastro- vecchiezza alle porte avvolta in un bluelettrico – di nuovo in questo assurdo terrazzo.

Pound non avrebbe mai pisciato in un lavandino – diresti in ogni caso – dopo serate passate a distruggere tutto ciò che ancora si poteva – macchine comprese – con una certa predilezione per la ruota anteriore destra –pssssssssss – ma che cosa c’è di meglio – dopotutto che pisciare in un lavandino, oggetti posati in ogni dove, senza il minimo rispetto, adagiati lì a morire, e Pound, a buon conto, nemmeno avrebbe guardato dalla finestra – specie quelle sere – troppo lontano. E lui, ormai stanco di anni, appeso in una gabbia che ti scrive i pisan cantos – beauty is difficult – niente, niente di meglio – un vero poeta, lui, che in ogni caso avrebbe capito.


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