La figura del Consiglio come cellula spazio-temporale da cui si origina questa nuova civiltà è dunque contenuta nel modo in cui i fondatori dell’I.S. intendono la realizzazione del “programma della poesia moderna”. Tanto il suo gioco con la propria storia che la vocazione della sua creatività a improntare integralmente il mondo artificiale umano, che ne sono il portato più caratteristico, scoprono, con i situazionisti, di potersi realizzare soltanto ad opera degli uomini proletarizzati riuniti a consiglio, esattamente come, con Marx, il rivelarsi della verità all’ininterrotto movimento del pensiero, teorizzato dalla filosofia, aveva scoperto di potersi realizzare solo in quello spazio-tempo che si apre ormai non più solo per i filosofi come “una breccia tra passato e futuro”48.
Se la prima ha potuto reinventare nella seconda metà del XX secolo il progetto rivoluzionario indicato dalla seconda nel secolo scorso, liberandolo dalle scorie passivizzanti che lo facevano dipendere da uno “sviluppo” del corso storico ancora in parte contemplato come oggettivamente necessario, ciò è esattamente dovuto a quanto di peculiare contiene, rispetto al progetto di realizzazione della filosofia, quello della realizzazione dell’arte.
Il rilancio immediato della parola d’ordine dei Consigli operai rivoluzionari nel ’68 era, d’altro canto, la figura concreta con la quale la lucidità e la sensibilità storica dell’I.S. mirava a spingere su un “piano inclinato” verso quel progetto di civiltà una situazione in cui nella società costituita si aprivano a catena i vasti crateri degli spazi pubblici differenti e concomitanti creati dagli operai di fabbrica a partire dalla lotta contro l’organizzazione sempre più “infernale” del lavoro, quelli creati dai giovani frequentatori di licei e università contro la sempre più stringente irregimentazione disciplinare ed economica degli studi e quelli effimeri e convulsi creati dai blouson noir nelle strade, unico quanto ostile ambito di visibilità rimasto agli espulsi a vita dal lavoro in una società di lavoro.
Crateri che divennero voragine con l’innesco di un seguito incontrollabile di innumerevoli azioni gratuite, non nel senso futile del gesto capriccioso o dell’arbitrio “sovrano”, da cui erano totalmente aliene, ma nel senso del loro completo disinteresse, se rapportato alla moderna ideologia dell’interesse (senza, beninteso, rientrare per questo nell’ovile sacrificale cui preteschi “militanti” retrogradi dei gruppuscoli più o meno maoisti volevano ricondurle). Moltitudini distrussero allegramente ogni investimento economico sul tempo futuro, sacrificarono con gioia lo spento e dubbio lustro differito e per procura che una posizione o una funzione sociale prospettava loro alla possibilità immediata di un grande gioco in cui era possibile splendere direttamente per chi si era. Fu questa provocazione del dono aperto e irreversibile del proprio tempo e della propria iniziativa storica in pura perdita ad aprire una breccia irreparabile quanto imprevedibile da ogni “scenario” di ingegneria socioeconomica alla possibilità di una libera e radicale rigenerazione del rapporto interumano, tanto a lungo mutilato, distorto e atrofizzato dai processi della colonizzazione mercantile, burocratica e spettacolare. Era un lusso inaudito di tempo quello che anzitutto si concedeva e che offriva a tutti un movimento creatosi interrompendo il flusso inarrestabile delle particelle temporali economizzate, e solo questo spiega lo sforzo spasmodico e coalizzato di tutti i poteri in cui si articola la logica del denaro per indurlo a rinunciarvi, barattandolo con qualsiasi rivendicazione, fosse pure la più squalificata ed irrazionale.
“Noi non eravamo, come credevano gli imbecilli, intenti a segare il ramo dalle uova d’oro; ma avevamo cominciato a fare una immensa omelette con l’albero tutto intero (...) Ciò che ci raggruppava (...) era una specie di gran gioco di distruzione, di consumazione e di trasmutazione dei valori”49 ha scritto recentemente uno dei protagonisti di quello scandalo di Strasburgo che, impadronitisi della sezione di un sindacato studentesco allo scopo di chiuderla definitivamente, ne avevano dilapidato i fondi per stampare e distribuire gratuitamente un opuscolo che fece epoca. E così quelli che il 13 maggio 1968 occuparono una Sorbona che era divenuta il centro al cui ascolto stavano le speranze di trasformazione radicale di tutta la Francia, cambiarono la storia quando, invece di confiscarla alla gestione della chiacchiera sottopolitica universitaria, la offrirono al dibattito generale diretto ed esecutorio sul destino della società. (Mario Lippolis)
(da "La comunità prodiga - Critica della politica economica ed altri scritti" di Asger Jorn, Editrice Zona)
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